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Roswita
I colori della vita
 
 
 
 
           
       


Roswita

     di
   m.l.p.




"Così vivranno gli uomini il giorno prima del giudizio universale, succhiando nettare dai fiori velenosi, lodando il sole che si spegne come dispensatore di vita, baciando la terra che si dissecca come madre della fertilità" Joseph Roth, La cripta dei Cappuccini



Legenda: è diviso in capitoli si parte da dicembre

Ogni diritto è riservato


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9 aprile 2011

Ciuschidda è un ebook....!

http://www.goware-apps.com/index.php?option=com_content&view=article&id=120%3Amaria-laura-platania-ciuschidda&catid=8&Itemid=16




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15 ottobre 2010

Penombre

http://www.amazon.com/Penombre-Italian-Edition-ebook/dp/B00427YSI2/ref=sr_1_3?ie=UTF8&m=A3KSZ402CI2EG1&s=digital-text&qid=1284202470&sr=8-3


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10 marzo 2009

Ho letto e consiglio...


E’ un amore senza nome il nucleo vivo del romanzo di Sandra Petrignani “Dolorose considerazioni del cuore”. Lutto elaborato la perdita del potere del sesso perché l’amore  non si è mai concretizzato nella certezza dell’essere. E’ passato violento e torbido, passionale e fluido, è scivolato tra mani rimaste bambine e incapaci a trattenere, perché nessuno ha davvero mai voluto trattenere la bambina che quelle mani offriva timida e difesa. Al lettore il compito di srotolare una matassa a più capi per scoprire che ogni capo rimanda all’altro e che tutti  quei fili sono spezzati per un’involontaria volontà di rimanere progetto inconcluso.
Trentasei mesi di distanza di Tina, riconoscibile protagonista, dalla sua amica Vittoria – distante in lei e da lei a partire dal nome –  non valgono a ricostruire, dal caldo di un letto che non riesce a ricordare quello algido della madre   o quello tenero del padre, la trama di una sola esistenza.
Vittoria non è e non appare amica, è solo pretesto, motore di una storia che abbraccia, con continue intermittenze del cuore, mezzo secolo di vita, narrata a brandelli, divorata con rabbia, vomitata su mattonelle che la madre-figlia pretende di mantenere lucide per una sua interiore insoddisfatta ansia di lindore.
Tina è bambina, adolescente e donna sull’onda di un rapporto d’amore inconcluso,  con una memoria in fuga e che pure  pretende di fissare tarsie nitide in quelli che chiama incipit  o abbozzi di futuri romanzi e che sono solo dolorose considerazioni della mente.
Una mente che, con comprensibile scandalo, batte forte quasi fosse un cuore e del cuore ha i palpiti e gli improvvisi rossori. Tina non trova se stessa, se non attraversando, a piedi nudi e occhi ben serrati, quella  lama lucida che è la sua vita. Borderline si definisce,  ma è solo su quel crinale tagliente che riesce a sopravvivere.
Incontenibile ansia d’amore che non definisce nessuno dei tre amori importanti e consacrati e si fa calice aspro per l’unico amore “vissuto” perché, ancora una volta, inconcluso.
Dilavata fotografia del passato il padre/madre, coppia di scintillante bellezza/giovinezza, ipocritamente insieme per non turbare Tina bambina; nell’oggi del romanzo,  anziani, involontari carcerieri l’uno dell’altra e di Tina donna, costretta al ruolo invertito e al malcelato desiderio di non essere lei, prima della vita, a strappare quell’immagine.  
Psicanalisi,  amori e duplicati d’amore, parenti distanti, vita e morte, bisogno di fermarla la giostra impazzita della mente che corre  corre  corre, tutto per arrivare in tempo a riavvolgere l’unico nastro necessario: O mein papa… storpia nel solito imposto inglese Connie Francis, ma il padre sorride, ricorda. Forse capisce, forse anche la madre finalmente comprende…Tina lo crede o lo spera.
Ma rimane Vittoria - specchio deformato di sé, l’amica ritrovata dopo mille giorni, davanti alla citazione di un  bicchiere d’assenzio di un qualunque bar di quella Roma porto sepolto della madre bambina - rimane solo l’inutile Vittoria a cercare di ricucire lo strappo in una stoffa troppo leggera per sopportare la puntura di un pur finissimo ago.






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23 gennaio 2009

I TRASTEVERINI

TRASTEVERINI
Commedia musicale

In scena al Teatro Cometa OFF
Roma (Testaccio), in Via Luca della Robbia 47a
Lunedì 26 gennaio 2009, alle ore 21.00

De li giardini semo li mughetti
semo romani e'n più trasteverini
no pe' vantasse semo li più perfetti….

Ci sono pietanze che  hanno un gusto che non ti aspetti,  ma non è solo per questo che ti sorprendono.  Mentre degusti, ti rendi conto di  quanto la sapienza del cuoco abbia saputo miscelare, ma non grossolanamente impastare, i diversi ingredienti, che riconosci, uno per uno, con una piccola costante felicità in ascesa libera.
E’questa l’essenza dell’esperienza dell’incontro con i “Trasteverini” la commedia musicale –se ne possono fare ancora, dunque,   di originali e belle! – una Ratatouille della privata memoria che ci regala la forza e il coraggio, in un travolgente e coinvolgente incastro di vicende  che hanno in una trattoria il loro fulcro vitale e nei vicoli di una Roma sparita  il loro libero fluire, d’affrontare l’oggi con una rinnovata speranza.  I poveri ma belli, sono oggi poveri e belli, ma fragili e perdenti, figli d’una società in caduta libera nei valori collettivi, ma, vivaddio, salda nelle strategie difensive della famiglia, dell’amicizia, dell’amore. Bamboccioni i protagonisti Dario e Enrico, ma belle toste le loro donne a partire da un’Adriana, anello forte della catena, che riporta la memoria ai bei personaggi intagliati a vivo della  commedia italiana, quelli che vestivano i panni di Giovanna Ralli, per spolverare la memoria.
E’ dalla perfetta imperfezione della mutata gente del popolo de Roma, dunque, che parte la commedia musicale a firma  di un poker d’assi del teatro musicale Veruska Armonioso (soggetto)- Andrea Perrozzi (musiche originali)- Gianfranco Vergoni (libretto) – Elisabetta Tulli (autore-compositore).
Gente di Roma che  la vita attraversa tra sofferenze rabbie dolori mutati desideri ma integri valori, amicizia, amore, lealtà. Gente di Roma che ha cambiato anche colore della pelle , ma non la voglia di cantare, gioire, ridere di tutto e di tutti e soprattutto di se stessi.  E’ Centovoci, il cantastorie, tra tradizione classica e eccitanti contaminazioni pop   -strepitoso l’interprete nel mutare e volgere da perfetto Fregoli della scena abito mentale e fisico - tra i vicoli sporchi e luminosi della Roma del Terzo Millennio a dare  voce e corpo a quest’anima nuova di una Città Eterna, materna e puttanesca, sempre uguale a se stessa in una trama  che inverte e muta privati e collettivi destini di una variegata umanità. Gli eccellenti  nove attori-cantanti in scena (Andrea Perrozzi, Enrico D’Amore, Elisabetta Tulli, Brunella Platania, Alessandro Salvatori, Eleonora Tata, Marco Rea, Tatiana Biagioni, Roberta Marini) provengono da importanti esperienze professionali nel settore del Teatro Musicale e non solo: Jesus Christ Superstar, Tosca, Pinocchio, Bulli e Pupe, Tutti insieme appassionatamente, Pippi Calzelunghe, Di nuovo Buonasera, Odissea the musical, Paolo e Francesca, Francois…
Doc la regia  di Fabrizio Angelini – campione d’incassi al botteghino col suo Jesus Christ Superstar della Compagnia della Rancia -  è lui l’autentica figura di spicco nel panorama del teatro musicale italiano per l’estro innovativo e la costante  ricerca di soluzioni sceniche stupefacenti. C’è nei Trasteverini la sua impronta un’abilità a tenere sempre incollata l’attenzione del pubblico, abilmente miscelando commozione e divertimento, sane e liberatorie lacrime e risate.  E’ lui, non c’è dubbio, Remy, il cuoco topino della situazione, quello che rovescia l’assioma topo-terrore delle cucine in topo-grande chef.  Tanto di cappello o chapeau o meglio s’enchiniamo.
Assolutamente da non perdere e degno di un lungo e gratificante futuro:  lo spettacolo che ti riconcilia con il teatro musicale, per emozionarsi, sognare,  cantare piano piano e a squarciagola fino a  riflettere sul nostro oggi senza mai dimenticare  le radici solide del nostro passato.



29 dicembre 2008

TRASTEVERINI Commedia musicale



In scena al Teatro Alba Radians di Albano Laziale (Roma)
Borgo Garibaldi 6-8  info 06/9323897
Domenica 4 gennaio 2009, alle ore 16.00 e alle ore 21.00


De li giardini semo li mughetti
semo romani e'n più trasteverini
no pe' vantasse semo li più perfetti….

E’ dalla perfetta imperfezione della mutata gente del popolo de Roma che parte la commedia musicale a firma  di un poker d’assi del teatro musicale Veruska Armonioso (soggetto)- Andrea Perrozzi (musiche originali)- Gianfranco Vergoni (libretto) – Elisabetta Tulli (autore-compositore).
Gente di Roma che  la vita attraversa tra sofferenze rabbie dolori mutati desideri ma integri valori, amicizia, amore, lealtà. Gente di Roma che ha cambiato anche colore della pelle e forma degli occhi, ma non la voglia di cantare, gioire, ridere di tutto e di tutti e soprattutto di se stessi.  E’ Centovoci  il cantastorie  - tra tradizione classica e eccitanti contaminazioni pop   -tra i vicoli sporchi e luminosi della Roma del Terzo Millennio a dare  voce e corpo a quest’anima nuova di una Città Eterna, materna e puttanesca, sempre uguale a se stessa in una trama  che inverte e muta privati e collettivi destini di una variegata umanità.
I nove attori-cantanti in scena (Andrea Perrozzi, Enrico D’Amore, Elisabetta Tulli, Brunella Platania, Alessandro Salvatori, Eleonora Tata, Marco Rea, Tatiana Biagioni, Roberta Marini) provengono da importanti esperienze professionali nel settore del Teatro Musicale e non solo: Jesus Christ Superstar, Tosca, Pinocchio, Bulli e Pupe, Tutti insieme appassionatamente, Pippi Calzelunghe, Di nuovo Buonasera, Odissea the musical, Paolo e Francesca, Francois…
Doc la regia  di Fabrizio Angelini – campione d’incassi al botteghino col suo Jesus Christ Superstar della Compagnia della Rancia -  è lui l’autentica figura di spicco nel panorama del teatro musicale italiano per l’estro innovativo e la costante  ricerca di soluzioni sceniche stupefacenti.
Per emozionarsi, sognare,  cantare piano piano e a squarciagola fino a  riflettere sul nostro oggi senza mai dimenticare  le radici solide del nostro passato.



7 novembre 2008

Questa è la vita

... ho riposto i miei ricordi in una cassapanca che non mi appartiene.

L'ho fatto anni fa, quando ho lasciato la mia casa e la mia vita di ragazza per affrontare un viaggio che mi portava lontano dall'una e  dell'altra.
Bisogna pure tenere in serbo per giorni come quelli che mi attendono la memoria di una dimensione altra.
Ologramma fantasma nel gioco dei giorni, ho mutato pelle  e voce tante volte. Per farmi amare, per non sentirmi sola per non sentire quello strano viluppo, all'incrocio tra stomaco e cuore,  che procura dolore e sofferenza. E' così che mi è capitato di perdere me stessa, di credere di essere altro da quello che i primi passi nel mio incerto destino mi indicavano come giusti.  Sospesa in una bolla senza sapone, vedevo la me stessa che ero allontanarsi, farsi piccola all'orizzonte della ragionevolezza del vivere quotidiano.
Triste sorte, mi sono detta rotolando morbida  per evitare spigoli di marmo, vivere a Utopia. 
Non che sia stato facile, perchè quell'altra, la ragazza che preparava scatoloni pieni di romanzi e vecchie parole su pagine ancora bianche per portarle con sè, ovunque con sè, ogni tanto riemergeva da un silenzio imposto e chiedeva di tornare a vivere.
Quanti sogni,  abbacinati dalla luce vivida della realtà, quanta mediocrità, abbracciata come salvifica.
E poi, ogni tanto, la voglia di tornare a credere.
Credere solo per me, perchè solo l'universo personale può diventare mondo.

Ho riaperto stamani, con un piccolo brivido, quella valigia.
Gli occhi mi lacrimano, già sono allergica alla polvere, e questa soffitta che da un abbaino striminzito sfida un cielo di piombo, è piena di polvere.
Bisognerebbe pulirla. Ma non mi piace l'ordine, mi confonde.
 Dalla valigia vengono fuori lettere, tante lettere: una volta si scrivevano e mi scrivevano, la bocca aspra della cassetta della posta non vomitava solo bollette  da pagare. Credevamo di essere gli uni per gli altri tanto amici da spedirci pagine e pagine di fatti e sentimenti, eppure le parole che  leggo spesso non hanno più  volto. Troppi  ne ho incontrati nella vita.
Alla trentesima lettera mi fermo... non posso continuare....il naso mi pizzica... una volta era davvero carino il mio naso... una compagna di scuola un po' invidiosetta m'aveva apostrofato con un "sprecato su di te".... mi scopro a sorridere. Improprio, forse.
Lei, si chiamava Mirella, aveva una bella proboscide che era adatta a tutto il resto... non era ancora tempo di bisturi tagliente.
Anche se io il mio l'ho conosciuto  e presto.
 Mi ha diviso a metà, fuori metafora.
 E da lì sono dovuta ripartire.   

Trovato! Mi guardo le mani e mi scruto sospetta nel riflesso del vetro dell'abbaino... due fogli di giornale quando era giornale, largo sudario di perpetua memoria, mi mostrano il corpo riverso di Robert Kennedy, la camicia aperta le mani protette da un rosario di pietà, l'altra mostra  il volto quadro di Martin Luther King  un attimo prima che  l'ignoranza e  l'odio  glielo portassero via.
 Erano candidi e neri di piombo e di stampa quei fogli, era piena di speranza quella quindicenne con il nasino puntuto che, uscendo dal mitico Giulio il suo Liceo, aveva capito, in un'68 che ancora non era piazza e barricate, che questa è la vita.
Preservare il ricordo, un obbligo. Il dovere di una vita.
I fogli da bianchi si sono fatti più che gialli, sembrano passati su una   fiamma che li ha resi di bronzo.
Li ripongo, qualcuno un giorno verrà quassù a cercare traccia di me e del mio tempo...non bastano le parole che ho scritto.
Bisogna che il tempo riposi  e lieviti, che la memoria si faccia storia.  Proteggo i due fogli appassiti con una pagina di fresca attualità che il mio gesto, d'improvviso pieno di spontanea solennità,  restituisce al tribunale della storia.
"Se c'è qualcuno che ha ancora dubbi sul  fatto che l'America sia un luogo dove tutto è possibile, questa notte ha avuto la risposta che cercava" Barack Hussein Obama, recita il corsivo e più sotto "Il Mondo è Cambiato".
Chiudo la cassapanca, neanche  adesso è mia, la consegno a chi dopo di me salirà questa scala stretta alla ricerca di sè.
 Chiudo la cassapanca e, giovane e piena di speranza, piango.


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4 novembre 2008

Dieci anni fa la personale entropia di Joyce Lussu...

si definiva... e non il suo ricordo ma il suo sguardo lucido su un mondo che aveva con lungimiranza previsto mi aiuta a superare la miopia del vivere quotidiano....


Un ricordo di Joyce

Di

Maria Laura Platania

 

Ho voluto bene aJoyce Lussu,  come quasi tuttiquelli che l’hanno conosciuta.

 Dico quasi tutti, perché  non era una persona semplice, néfacile. 

Scomoda e viva,questo sì: aveva uno sguardo lucido sul mondo e un profondo sentimento dellastoria, del tempo e del destino collettivo dell’umanità.

 Nelle lunghe conversazioni nella suacasa di san Tommaso e nel suo appartamento di severo arredo della casa romanain Prati, dove ha vissuto i suoi ultimi giorni accanto all’amatissimo figlioGiovanni, entravano talvolta persino gustosi pettegolezzi, memorie di spiritidispettosi che giravano tra le pareti domestiche, seguendo ovunque la simpaticadiscendente, ma non c’era mai l’angusta prospettiva privata.

Joyce progettava, sempre, senza retorica, un mondo diverso radicato nelpassato allargato al futuro e, finalmente, di tutti.

Dire che Joyce fosse una mia amicaforse è esagerato: l’amicizia è fatta di frequentazioni costanti, di lunghipercorsi, di momenti leggeri e di momenti pensanti.

Joyce per me è stata qualcosa didiverso.

E’ stata una maestra – inflessibilee poco tollerante, assolutamente convinta della giustezza delle sue asserzioni– ma sempre una maestra.

C’erano una volta i professori.Quelli veri, quelli che davano le idee e non maschere, quelli che pretendevano di insegnare che l’uomo  ha una testa e la deve tenere dritta, ma ha anche muscoli epelle e come lavoratore va rispettato, ha un sesso che lo distingue non lodiscrimina, ha il dono della comunicazione, ha immaginazione e deve pretenderedi usarla. Erano tanto autoritari da essere antiautoritari, tanto reazionari daeducare alla rivoluzione, capaci di far filtrare nel più scucito gruppo, quelle scariche elettriche che suscala più grande trasformano varie genti in un popolo, molte prudenze  in un coraggio. Ma forse non diprofessori si trattava, ma di maestri, quelli che morendo chiudono dietro diloro un mondo intero, quelli di cui si accetta la perdita , solo a distanza di molti anni e nellaconsapevolezza che, in realtà, morirono in tempo. 

Avevo sentito Joyce solo un paio digiorni prima: mi aveva telefonato chiedendomi notizie del padre di mio maritoche l’ha seguita a un paio di giorni di distanza.

Nulla sapevo della gravità dellasua malattia e lei, chiedendomi quando sarei capitata a Roma, m’ha detto: “State tutti accanto al nonno:è bello morire tra l’affetto dei propri cari”.  Forse, le ero cara.

Certamente con me, non ha maialzato la voce, né urlato, né mi ha mai cacciato. 

Pure mi sapeva borghesuccia, difamiglia saldamente cattolica e distante, nel mio vivere quieto nutrito diletteratura e di famiglia, dalla sua idea eroica della vita.

 

Credo, questosì, d'essere stata l'unica che non ha mai insultato.

Gli insulti di Joyceerano proverbiali...

 Credo che ci sia stata una vita primae  dopo averla conosciuta: mi hafatto capire molto del senso della vita, non tutto condividevo, ma quasi tuttele volte mi sono trovata a dire "accidenti la vecchia strega",streghe, del resto, eravamo un po' tutte nella sua casa di san Tommaso, con glispifferi, senza frigorifero, nel totale rispetto delle cose e della vita. 

Credo che leidavvero non abbia sprecato un giorno dei suoi quasi ottantasette anni.

Sapeva parlare aun ragazzo come a un vecchio, pazientava cogli "irrecuperabili", comediceva lei, e si spazientiva coi recuperabili.

Non credoconoscesse la falsità. Elegante di un' eleganza sempre propria, anche nel tempopiù tardo, un po' civetta - chi non si innamorava di Joyce? -  diceva  che prima di morire avrebbe indossato un bel paio diorecchini, perché forse era giunto quel momento in cui sarebbe stato meglioornarsi un po'. Prima? No,  nessunodoveva fermare lo sguardo su un gioiello confrontandolo con le sue grazie naturali.

 Recitava poesie, come se raccontasse unpezzo di vita, rideva di un riso profondo che incantava e diventava,d'improvviso, acida come una vecchia zitella in sottane se sfuggivi al suouniverso. Credeva nella vita e sapeva che "quando sarebbe giunto ilmomento di fare il gran salto nell'aldilà" sarebbe rimasto il suo"futuro vivente",  Tommasoe Pietro i suoi nipoti adorati. Pietro così simile a Emilio Lussu, il compagnodi tante battaglie, l'unico amore della sua vita.

 Ho capito da Joyce cosa significa esserefedeli a un ideale, a un amore, a un uomo, a una terra. Non c'è mai egoismonella fedeltà: c'è garbo, ritegno, rispetto, è come allargare le braccia percomprendere di più non è chiudersi.

 Le sue braccia, ridotte a due stecchini,avevano ancora la forza di  un'aperturad'aquila, la stessa imponenza.

Non vedeva più,eppure  quando girava per le scuoleper raccontare a  chi non avevavissuto gli avvenimenti, nè avuto modo di vedere quei mondi che raccontava, ilverde un po' appannato di quello sguardo d'antica fierezza lo spingeva dentrol'altro e l'altro vedeva coi suoi occhi.

 Era il suo sguardo sul domani.

 Era  fatta così:  si moltiplicava non divideva mai nientedel suo mondo con gli altri, per questo, credo, ognuna delle persone che hannoavuto ventura di dividere con lei un tratto della sua strada  sentisse il rapporto con Joyce esclusivoe unico.

 Da lei ho  avutomolto in poco tempo: doni a volte piacevoli a volte ingombranti come pacchi chesi vorrebbe restituire al mittente e di cui, pure, per curiosa antinomia, nonsi può fare a meno.

Di lei mi resta, la sua prefazioneal mio “Ciuschidda”,  romanzo cheun po' le somiglia, un album di foto molto belle, uno sguardo lucido sulla vitae una lezione di coerenza.

 Il suo corpo non si asciuga in uncimitero né di città, né di paese, sul suo metro di terra nessun albero crescecon impeto, pure le sue radici libere non danno ombra a nessuno e  si intrecciano solide  nella storia del suo tempo.

Si raccomandava:"Se per caso entro il 31 dicembre 1999, la mia entropia personale fossestata definitiva prendete un pennarello e un gran cartellone pubblicitario  e scrivete il mio nome ben inchiaro  sul 1 gennaio come fosse ilmio compleanno. E cantate la canzone che quell'anno sarà di moda. Il tempodella vita è la festa del quotidiano flusso, attraverso il corpo, dell'aria,dell'acqua, del calore del sole, del cibo cercato e goduto; è l'insorgere ilcrescere l'affievolirsi il rinascere di emozioni e di affetti che ci leganoagli altri, è il torrente di idee di pensieri di giudizi di sogni che ognigiorno si riversa nel cervello per essere filtrato negli invasi  e nei canali di irrigazione  o espulso come nocivo e inquinato."

Oggi nella miacasa, nella mia cucina, tra il profumo di salsa fresca e marmellate di fichi,troneggia pulito, ancora per poco, un calendario e alla data del primo gennaio 2000 c'è scritto in rosso il nome  di Joyce.

Ho tenuto fedealla parola: come avrei potuto diversamente?


Arrivederci,amica.



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26 marzo 2008

Dead walking generation

Dead walking generation
Umore: addolorato

Caduti del "non lavoro". Così oggi Michele Serra in una dissertazione storico/sociologica definisce i ragazzi di Segrate quelli che hanno assistito, storditi prima, sconvolti poi, all’ennesima rottamazione di uno di loro nelle scariche abusive dove la nostra indifferente società lascia che si collochino. Ancora una volta la banalità del male è quello che sembra governare l’inutile logica dello sperpero di se stessi.
Immotivati e privi di passioni, la passione la cercano nel nulla infinito di notte passate a ubriacarsi, stordirsi, impasticcarsi, sniffare... danzare in riti privi di senso.
Anche l’amore è drogato: la chiamano charge al mercato delle delizie umane la vendono a 30 € e garantisce prestazioni migliori del Viagra. A vent’anni. Ragazzo/corpo e ragazza/ corpo in un muro contro muro che spesso si risolve dopo due giorni in uno smemorato e svagato sorriso alla ricerca di chi era chi.
Il lunedì mattina, i più giovani, vanno a scuola, a volte il martedì.... riconoscibili nel loro look ostentato e privo di senso.... le energie sono andate, il banco è il posto scomodo dove passare qualche ora, gli altri manichini ossibuchivori, l’arco dell’orizzonte afflosciato come un disegno guasto. Certo qualcuno tra quei pupazzi inutili che popolano con incerto incedere e confuso obiettivo la cattedra a volte vorrebbe persino capire perchè di quell’immenso spreco. Quel qualcuno prova a riavvolgerla quella matassa impazzita della storia per capire dove, come e quando è successo che un vecchio movimento di protesta della ormai scomparsa società postindustriale diventasse moda, la voglia di stare insieme ansia di gregge e la pecora nera non si distinguesse più nemmeno nel male del suo mantello dagli altri.
Occhi serrati per non vedere il futuro, occhi sgranati per non sognare... non sanno più sognare questi finti giovani infagottati in pantaloni che rendono persino difficile camminare,
tutti tatuati nello stesso identico modo finchè c’è pelle, con l’orgoglio di sentire a ancora il dolore, piercing ovunque, catene srotolate perchè non c’è più niente a cui valga la pena legarsi, cappellini con la visiera a tutte le ore perchè la luce del giorno della notte, sempre artificiale non li trafigga.
Amanti della natura al punto da deturparla dentro e fuori di loro, tanto soli nel loro inutile stare insieme da non condividere nulla nè emozioni nè ballo nè sballo. Soli e trafitti da un raggio di niente ed è solo sera.
Una generazione a perdere, dead walking generation: ogni tanto qualcuno lascia la testa sulla ghigliottina che mani abili hanno sapientemente preparato. Qualcuno piange e, per un po’. le solitudini diventano amicizia, promesse, illusioni, "basta, non lo facciamo più, da adesso solo qualche canna".
Poi, la ruota della sfortuna li riprende nel suo giro, i vecchi ingrassano sulle loro spalle ossute, lavoro non c’è, i sogni sono in svendita, le passioni sportive drogate, i miti falsificati.
Una società la nostra dove per emergere l’importante è non sapere fare niente, come le veline, come i tronisti. Eppure anche questa inutilità è difficile da raggiungere: non sarò mai bella come, non sarò mai forte come...
Mamma non è un modello - ma quando mai lo è stato se non nella lunga distanza della memoria grata? - papà è un leone con la dentiera o se ne è andato da tempo....
E qui la retorica è in agguato ma non del tutto inopportuna.
Quelle ragazze che ballano fino a morirne emulano, come zombies senza prospettiva, le aspiranti ballerine della Scala, quelle che fin da bambine sacrificavano il loro tempo di gioia alla gioia del tempo della vita: sudore, fatica, sangue. Vita, appunto.
I ragazzi sognavano di fare il dottore, curare gli altri, salvare in un solo uomo il mondo.
E studiavano, studiavano, studiavano.
La realtà era dura, ma non drogata: fatica e studio potevano aprire davvero la porta del futuro. Il merito sembrava ancora un parametro, la diversità era un valore perchè conquistata a fatica impilando, mattone su mattone con la malta della cultura, le ragioni dell’essere contro. Certo, anche su quella strada molti "aquiloni" cadevano appena in volo...
ma molti rubavano il filo fino a essere davvero liberi e felici. La speranza di raggiungere la meta dava adrenalina, la più naturale delle droghe. Ballare corpo a corpo con il ragazzo dei sogni eccitava cuore e anima.....
Faticare faticare faticare e stanchi andare a dormire, guadagnare onestamente pochi soldi, senza chiedere a genitori ingenuamente o colpevolmente complici... sopportare bocciature vergognandosi di quella vergogna che motiva a migliorarsi, recuperare il senso di responsabilità di se stessi e degli altri...
Arrivare con dolore e sofferenza senza anestesie a capire che il male è banale, ma è male...
gettare alle ortiche la propria vita, dopo avere gettato agli avvoltoi i soldi propri o dei genitori, alimentare il mercato della morte - e non solo per droga - è peccato. Quello che abbiamo rifiutato perchè imposto dalla cultura dominante, ma che esiste.
Sentire questi ragazzi dire "ma non facciamo male a nessuno" è una sconvolgente rivelazione: la peggiore delle storie torna ad affacciarsi alla ribalta del presente.
Docili robot, umili schiavi, introversi e torbidi, privi di autostima, senza alfabeti collettivi, non vittime del "non lavoro", ma utilizzati operai nella fabbrica della morte in mano a solerti padroni.
Con tristezza, come capita, ho scritto. E non rileggo.




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9 febbraio 2008

NON SO COME AMARLO

La cosa più grande che tu possa imparare è amare, e lasciartiamare!

Patrocinio delComune di Tolentino

 

Le più belle voci del panorama delMusical Internazionale

per una serata indimenticabile  di musica dal vivo

i

Tea for two

in

NON SO COME AMARLO

 

Divertente  appassionante elegante storia d’amoretra note e parole

con

BrunellaPlatania e Enrico D’Amore

 

direzione eesecuzione musicale

 Giovanni Monti

 

coreografie

Serena Pagnanini

 

videoproject

Studio Max

 

ideazione e regia

M. Laura Platania

 

Teatro NicolaVaccaj                                                                                                                                                                               23febbraio 2008, ore 21

Tolentino                                                   

info e preno 0733.843332349.2211670

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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25 ottobre 2007

Un bel modo di iniziare o chiudere:-)




permalink | inviato da Roswita il 25/10/2007 alle 17:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


 

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